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La cultura non unisce.
Divide. Per fortuna. Elogio della divisione e della differenza il rischio
sarebbe, come in realtà lo è, il pensiero unico. Pierfranco Bruni, nato in
Calabria a San Lorenzo del Vallo, è stato candidato al premio nobel per la
letteratura nel 2015 e nel 2023. Oltre che scrittore, poeta e saggista, è
filosofo, critico e teorico della letteratura.
Non esiste una storia condivisa. È soltanto arroganza e menzogna affermare ciò.
Come si fa a dire che la storia siamo noi? Di quale storia si parla? Quella dei
vincitori. Certamente. Ma c’è sempre una storia dei vinti. Affermando che la
storia siamo noi, non si fa altro che creare una omogeneità. Ci sono diverse
storie che vanno rilette e inquadrate in una corretta visione. Dire “la storia
siamo noi” edifica una sola storia. Non è così. Non può essere così. Se fosse
tale, l’arroganza sarebbe totale. Non mi sbaglio. È così. Perché? È subito
spiegato. Non c’è nulla di più errato, e di più ipocrita, dell’affermazione
secondo cui la politica divide e la cultura unisce. È una frase da convegno,
buona per le tavole rotonde, per le retoriche dialettiche. Ma è falsa. La
cultura non unisce. La cultura marca le parti. Separa le sponde. Distingue.
Rende visibile la differenza. Ognuno appartiene alla cultura di formazione. Non
esiste una cultura neutra, asettica, sospesa. Esistiamo perché siamo stati
formati. E la formazione è già una frontiera.
La cultura può creare, questo sì, un confronto più dialettico, più alto, più
argomentato. Ma non lega le parti. Non le fonde. Non le omologa. Pretendere che
lo faccia significa negare la sua natura più profonda. E questo significa che
non può esserci una storia condivisa. Almeno non nel senso consolatorio che oggi
si dà al termine. Che cos’è, d’altronde, la storia? È politica, è cultura, è
lettura della cronaca. Ovvero è formazione e presente. È un modello di
“civilizzazione” delle civiltà e degli uomini. Non esiste una storia senza un
occhio che la guardi, senza una lingua che la racconti.
Già Herder lo aveva capito: ogni popolo ha il suo Volksgeist, il suo spirito, la
sua misura del tempo. Spengler poi ci ha ricordato che le civiltà non sono una
linea, ma organismi diversi che nascono, fioriscono e muoiono con una loro
morfologia irripetibile. Le civiltà non sono mai state unitarie, nemmeno nella
loro identità più intima. L’antropologia, se è seria, misura proprio questo: le
radici, le origini, i modelli di appartenenza che diventano elementi identitari,
scavi materiali e immateriali, miti fondativi, tabù alimentari, riti di morte.
Ma in nessun campo della dialettica può esserci omogeneità. L’omogeneità è
un’astrazione della politica, non una realtà della cultura.
Noi, i nostri padri, i nostri nonni, siamo eredi di divisioni. Siamo figli di
scismi, di diaspore, di frontiere. Anche le religioni, che pure invocano
l’universale, sono divisive e creano posizioni divergenti. Non per cattiveria,
ma per struttura. Ogni fede ha una sua teologia della storia, una sua
escatologia. Il monoteismo stesso si è diviso sin dal suo nascere. Il cosiddetto
“immaginario collettivo” è, in questo senso, una frase di una banalità assoluta.
Una formula pigra.
Il concetto di immaginario è dato da un’immagine diventata storia e che sarebbe
diventata la stessa per tutti. Ma non può essere così. È impossibile. Ognuno di
noi si approccia a un’immagine con il proprio occhio, la propria storia e il
proprio pensare, e quindi la vede e la sente unicamente con la sua formazione.
Mia madre non è la tua. Il concetto di collettivo è un termine così errato che
slega l’immaginario stesso. Lo svuota. Cosa fa da collante? Collettivo uguale
collante. Può essere anche. L’immaginario è un collante? Ma per chi? Per chi
cerca la condivisione sulle proprie posizioni. Per chi ha bisogno di costruire
un consenso artificiale per governare. Non è così che funziona la cultura.
Proprio perché ognuno porta una sua consapevolezza, una sua eredità, una sua
ferita.
Potrebbe essere usato il termine universale? Immaginario universale? Anche
questo presenta le sue riserve, perché l’universale in antropologia è sempre un
rischio, ma è già diverso, perché non invita a un collante obbligatorio. Non
impone una fusione. Come è errato parlare di immaginario di tutti. Se siamo
diversi? Se la nostra differenza è la nostra verità? Perciò credo che si debba
parlare di immaginario individuale che incontra altri immaginari. Che li sfiora,
che li interroga, che a volte confliggono.
Ecco perché la cultura non unisce. Mette accanto. Non sovrappone. Si può fare
cultura ponendo insieme porzioni di posizioni formative con una capacità di non
raggiungere il conflitto e lo scontro. Ovvero si parla di compromesso. Di quello
che i latini chiamavano cum-promittere, promettere insieme. Ma il compromesso
non è unità. È coesistenza. Ancora una volta la deduzione è che la cultura parla
chiaramente un linguaggio diverso dalla politica, più lento, più profondo, più
simbolico, ma questo non significa che le stesse formazioni si assommino. Che si
annullino.
Viviamo in un mondo che presenta le sue parti. È stato sempre così. Dal
Mediterraneo di Braudel, che non è mai stato un mare unitario ma un crocevia di
mari, all’Europa di Huntington, che ha capito che gli scontri futuri non saranno
economici ma culturali. Non occorre necessariamente dividere con violenza. È
importante confrontarsi senza mai peccare di presunzione e di arroganza. Senza
l’idea, tipicamente ideologica, di dover convertire l’altro alla propria sponda.
Ci riusciremo? Non credo. Ognuno ha un proprio mondo da vivere che ha le sue
eredità, i suoi morti, i suoi dèi domestici. Ognuno di noi è un’isola che abita
sè stessa con la sua consapevolezza e la sua storia. Le isole, a volte, si
vedono. Si fanno segnali. Costruiscono ponti provvisori, arcipelaghi di dialogo.
Ma restano isole. E la loro verità è proprio l’acqua che le separa. Che le
custodisce.
Il resto è un parlare soltanto. Antropologicamente l’immaginario universale è
solo teoria. L’uomo è unico. Le civiltà sono unioni di culture. Le culture sono
scavi di radicamenti materiali e immateriali. Ognuna di queste culture ha una
formazione etnica e una visione soprattutto della vita, della morte, del sacro.
Viviamo un tempo divisivo. Forse è giusto che sia così. Perché solo
nella divisione riconosciuta, e non nell’unità imposta, può nascere il rispetto.
Ci vuole rispetto e conoscenza per comprendersi. È necessario che culturalmente
si evitino gli scontri. Non è facile. Perché l’uomo di cultura non è detto che
sia un saggio. Il più delle volte nell’intellettuale moderno manca la sapienza e
quindi la vera saggezza.
Dunque? Il male dell’intelletto è che non riesce a essere autonomo dalla sua
formazione. Ed è così anche la cultura. È falso quando si afferma che la cultura
non ha opinioni. O che deve essere distaccata dalla politica. Non è
assolutamente vero. E gli anni che vanno dalla fine della Seconda Guerra
Mondiale a oggi lo dimostrano costantemente. Se vi piace è così. Se non vi piace
resta sempre così come ho scritto. Il fatto è che ognuno diventa storia della
propria vita.
Oppure, penso io: La cultura imposta non unisce, seleziona ed è quello che sta
accadendo in Italia a tutti i livelli, istituzionale, didattico e mediatico.
Eccovi servito il pensiero unico.
Rosario Rigano
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