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Utilità o inutilità sociale delle soprintendenze.
Quando reperti e “studi” delle soprintendenze finiscono nei depositi
sotterranei in attesa di catalogazione che non arriverà mai, nonostante le
migliaia di impiegati stipendiati che riempiono gli organici sempre più folti, o
negli archivi non accessibili agli utenti interessati, non si sta fornendo un
servizio alla cultura e alla comunità. Stesso problema si verifica con i musei
che non sono in grado di fornire dati, origini o provenienza dei reperti
esposti, ma solo una parziale descrizione dell’oggetto.
Ritengo questo un abuso di posizione dominante (a nomina politica) non
suffragato da specifiche competente globali poiché le soprintendenze dovrebbero
aprire alla valutazione di biblisti, linguisti e glottologi, paletnologi,
antropologi, assirologi e studiosi delle materie, infatti non ne consentono
l’accesso. Posto che tutto il complesso delle migliaia di operatori (spesso
improduttivi) è finanziato con denaro dei contribuenti, ricerche, scoperte e
quant’altro deve essere messo a disposizione di qualsiasi richiedente a livello
gratuito e non che si debba acquistare un libro realizzato da un/una
archeologo/a ex dipendente delle soprintendenze realizzato grazie alle ricerche
effettuate con i denari dei contribuenti, pubblicato da casa editrice privata i
cui proventi, si pensa, saranno tra di loro equamente divisi.
P.s.:
Alla richiesta di poter assistere, con una tirocinante universitaria, alla
catalogazione di un reperto, mi hanno chiesto un’autorizzazione regionale e la
stipula di un contratto assicurativo ad hoc, (neanche per accedere all'Area 51
degli Usa) se pur la stessa avesse una convenzione con UniCt.
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Pagina e link
collegati a cura dell'Associazione Culturale editrice "Accademia
di Arti e Culture". |
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by Rosario
Rigano
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