.

.

 

 

 

.

Fare turismo? Affascinare e coinvolgere il potenziale visitatore rendendolo partecipe delle nostre culture e storie che formano la nostra storia.

 

Non basta fondare centri di aggregazione socio culturali, occorre creare interscambio di dati. Valorizzare idee, ingegno e programmare.

     Recenti studi, volti ad analizzare la dimensione e la dinamica della domanda e dell’offerta di cultura in Sicilia, dimostrano come la “domanda inespressa”, ovvero quella di quanti non frequentano i luoghi della cultura, sia numericamente rilevante. Ma come fare se al momento siamo ultimi in Italia per consumo di cultura? Secondo l'Istat, in un dato rielaborato dal Censis, non leggono libri, vanno pochissimo al cinema, non visitano musei, siti archeologici o culturali e non vanno al teatro. Non ci pare colpa della crisi, spesso ai siti culturali si accede gratuitamente.

     Si tratta quindi di un potenziale di domanda ancora fortemente sottoutilizzato che potrebbe sostenere ed incentivare in modo non marginale lo sviluppo del turismo d’elite, nel nostro comprensorio dove è poco presente tanto l’industria culturale (diffusa principalmente al centro-nord) che quella creativa (concentrata essenzialmente nelle regioni del nord). In appresso parleremo dei TURISMI perchè ogni evento può essere diverso da un altro. Il turismo congressuale, enogastronomico, religioso, poi c'è chi desidera la collina, il mare, la montagna, i percorsi naturalistici, la città e così via dicendo.

     Eppure il Sud è un vero e proprio museo a cielo aperto, una varietà incredibile di opportunità diversificate. Emerge quindi la componente strategica della domanda sociale di cultura nel territorio provinciale. Ma come intercettare tale bisogni inespressi?

     Ci si dimentica talvolta il dato più banale: la cultura non è qualcosa che esiste in sé per sé, è mutevole, è sempre presente, ma negli individui.

     Instaurare legami forti tra i centri di produzione della cultura e la società è perciò la via per interpretare questa domanda, per far si che la cultura sia davvero un patrimonio comune, trasversale, appartenente allo stesso modo, a tutti i ceti, esemplificando sulla base delle scienze sociali, e ai giovani e meno giovani, anagraficamente parlando, a uomini e donne, single e famiglie (e quindi, bambini, anche).

     Il confronto con l’estero è necessario per capire dove potremmo fare di più e meglio: se solo si guarda all’Islanda, il paese europeo con i più alti consumi culturali in Europa, si comprende come questo sia possibile perché la cultura è di fatto il  motore della vitalità della società islandese. Si tratta di una società che affonda le sue basi in un’economia rurale, e che ha costruito il suo presene intorno all’importanza della tradizione, della storia, della tradizione linguistica.

     Un paese che guarda avanti non può non valorizzare l’enorme patrimonio immateriale che possiede. Città e territori racchiudono al loro interno  un patrimonio originario che è la base per la costruzione del presente in metamorfosi, per un futuro di sviluppo sociale, culturale ed economico.

  E' di questi giorni la notizia di un incontro informale tra i ministri finanziari europei per parlare non di regole o di banche ma del più pubblico dei problemi e soprattutto in Italia (Perché gli studenti italiani non imparano?) e appunto i ministri si sono chiesti "quanto spendere e come", per per far si che una nuova generazione di europei impari qualcosa di utile sui banchi di scuola. Il governo che più di tutti ha anticipato i tempi è stata la Finlandia, uno dei paesi che spende più di tutti in educazione. In effetti nessuno dei governi avrebbe voluto che ciò fosse reso noto. Ndr: Per l'Italia si profila un declino delle competenze dei quindicenni  e delle capacità di svilupparle. Intanto nell'Unione Europea siamo scesi dal 18° al 28° posto...ultimi.    

     Incontriamoci.

Rosario Rigano

 

Sepolcri imbiancati

Enti, fondazioni, assessorati, lobby ecc.